CATENE in AMORE
Spezzale per essere libero di amare

 

 Di

Roberto Viscione
Giovanni Vella

 

 Deposito e Registrazione del 08/06/1999

 Già “Amore Redento”

 

 

3a Puntata

 

       La segretaria aprì la porta dello studio. Mi presentai e lei mi fece accomodare. Mi sedetti in sala d’aspetto. Ero stato puntualissimo.
       L’appartamento in cui era ubicato lo studio era funzionale ma non pomposo. 
       Ero seduto su un divanetto, la segretaria nella stessa stanza leggeva un libro. Un’universitaria pensai. Feci caso al grande silenzio che avvolgeva lo studio. Cercai di spostare l’attenzione a quello che avrei dovuto dire, di focalizzare le ragioni del mio malessere, ma ce ne erano così tante! Passò poco prima che la segretaria mi invitasse ad entrare per cominciare la seduta.
       Giovanni mi ricevette e ci presentammo.
       La stanza non era grande, ed era molto diversa da quello che la mia immaginazione suggeriva come “studio di uno psicologo”.  I miei occhi fecero un’escursione veloce; una scrivania stile settecento, con due sedie ai lati opposti, era posizionata quasi a due terzi della stanza. Dietro di essa una libreria a parete di dimensioni contenute, con i classici libri che mi sarei aspettato di trovare, forse due o tre en-ciclopedie mediche. Dal lato della scrivania dove mi sedetti c’era in più un lettino.
       La mia mente tornò al ricordo della delusione di Gianluca per l’inefficacia delle sedute, ma abbandonai subito quel ricordo.
       Anche Giovanni si sedette e tirò fuori dalla scrivania un registratore a cassetta portatile.
       «Ti disturba se registriamo?».
       «No, no, non c’è problema» risposi, non avevo nulla da nascondere. Senza perdere altro tempo. Giovanni cominciò:
       «Allora Roberto, di che mi vuoi parlare?».
       Aveva appoggiato le mani sulla scrivania chiuse una nell’altra. La sua somiglianza con il famoso Capitano Kirk del serial televisivo Star Trek era impressionante.
       Non sapevo da dove cominciare, ma sicuramente il problema che avevo in quel momento con Simona era prioritario su tutto; iniziai da quello.
       Ogni tanto Giovanni mi interrompeva per pormi qualche domanda, e così per dare spiegazioni più esaurienti mi ritrovai a raccontargli tutto di me, della mia infanzia di abbandono, della mia adolescenza di soprusi da parte dei miei genitori.
       Lui ascoltava con attenzione e ogni tanto scriveva un appunto. Provai a dare una sbirciata ai suoi appunti per vedere se scorgessi qualcosa tipo burro oppure pane, ma non riuscivo a vedere bene, e in ogni caso non mi importava poi così tanto.
       Se fosse stato così, bene, meglio andarsene subito!
       Invece rimasi, incollato sulla mia sedia, a parlare e parlare, come un treno a folle velocità. Raccontai del periodo della mia adolescenza che ricordavo con particolare sofferenza; ero trattato dai miei genitori con freddezza  e sentivo  nei miei confronti la diversità dei loro sentimenti rispetto ai miei fratelli. Non capivo e soffrivo di queste discriminazioni.
       Ancora oggi mi chiedo dove abbia trovato la forza per reagire  positivamente a tutte queste privazioni affettive e decidere a vent’anni di andare a vivere da solo, trovare un lavoro qualificato, primeggiare in una compagnia multinazionale e comprare una casa con i miei soldi guadagnati.  Ne ero orgoglioso!
       Raccontai a Giovanni anche dell’episodio  di quando insieme a Serena, la mia ragazza, mi ero recato dai miei genitori per annunciare il nostro prossimo matrimonio e della nostra delusione  nel leggere nei loro volti solo indifferenza. E ancora, di quando avevo comunicato con orgoglio a mio padre del premio “excellence”, conferitomi dalla compagnia dove lavoravo, e di rimando lui mi aveva risposto  semplicemente «hai fatto il tuo dovere!».
       Giovanni mi aveva ascoltato in silenzio e con attenzione; disse che le notizie che erano emerse dal nostro incontro erano sufficienti per il momento, e prendemmo un appuntamento per un nostro prossimo colloquio.

*  *  *

       Passò una settimana prima dell’incontro successivo, durante la quale non cambiò assolutamente nulla; il mio dolore era sempre al massimo del sopportabile,  a volte andava anche oltre. Tornare a casa dopo il lavoro era diventato un incubo se accadeva in orari in cui Simona era ancora al lavoro, era inevitabile vederla mentre aprivo il portone .
       Quando mi rividi con il dott. Giovanni, “il tornare a casa” fu l’argomento con cui esordii. Gli raccontai come mi sentivo ogni volta che passavo davanti quel negozio, quanto dolore provavo.
       Il registratore era in rec. Ad un certo punto Giovanni mi interruppe:
       «Bene, Roberto, a questo punto ritengo giusto darti degli strumenti, qualcosa che ti sia di ausilio per vincere la tua battaglia. In questo momento tu sei come un pugile su un ring, ma il problema è che per quanto tu sia allenato e in forma, tu non vedi il tuo avversario. Per quanto tu possa essere svelto, non riuscirai mai  a difenderti dai colpi di cui non vedi la provenienza perché il tuo avversario è invisibile.
       Ma prima di acquisire questi strumenti, è necessario che tu conosca alcuni principi-base, per capire e vedere meglio quali sono i processi che agiscono dentro di te».
       Prese un foglio e cominciò a fare uno schizzo.
       Ma allora lui parla! pensai rincuorato, non era come lo psicologo di Gianluca. È già qualcosa! pensai.
       Giovanni fece un disegno

 

       «Vedi, il disagio, che in pratica vuol dire provare emozioni sgradevoli, e cioè allontanarsi dallo stato di quiete, è l’effetto che  si avverte a causa di un conflitto.

       Il conflitto avviene sempre tra un desiderio ed una paura.

      Queste sono strettamente relate: ad ogni desiderio preciso, corrisponde una paura ben precisa; ad esempio, al desiderio di essere stimati corrisponde la paura di essere umiliati, o al desiderio di essere preferiti, il timore di essere dimenticati.

       E tanto più è alto il desiderio, tanto più è alta la paura, e tanto più è alto il conflitto che ne scaturisce, quindi più alto il disagio. Tanto più il valore del desiderio scende, tanto più scende la paura che ne è strettamente collegata, quindi di conseguenza scende il valore del conflitto, e infine si abbassa il disagio.
       Un esempio: se una persona ti interessa tanto, il desiderio di essere amato da lei è 10 su questa scala. Se il desiderio è 10, la paura di essere lasciati, più esattamente di essere abbandonati, è 10! Se i fatti ti dicono che il rapporto di coppia sta per finire, vuol dire che si sta andando nella direzione delle tue paure: una cosa che tu non vuoi.
       Da qui scaturisce il conflitto, che anche lui ha valore 10, e che tu avverti come un altissimo disagio.
       Se invece una persona ti interessa poco, se il desiderio di essere amato da lei è 2, la paura che tutto finisca tra voi è 2!
       Il conflitto ha anche lui valore 2, quindi tu avverti comunque un disagio, ma molto lieve, facilmente superabile.
       Dove c’è un disagio c’è sempre un conflitto. Dove c’è un conflitto, c’è una paura.
       Il lavoro che dobbiamo fare è orientato ad individuare queste paure, ad osservarle, perché sono queste che innescano dei processi automatici che ci fanno star male a fronte di un evento “X”; ed agendo in modo automatico, rapidissimo, sono comunque sempre attive, e noi non le vediamo.
       Quando c’è conflitto la mente si allontana  dallo stato di quiete, dove vi è insieme vigilanza e passività. Nello stato di quiete la mente  è in condizione di confrontarsi con i fatti e di dare giuste risposte senza azioni di rifiuto. Una mente tranquilla produce  cambiamenti ».

       La mia ansia aveva bisogno in quel momento di risposte ben precise, mentre percepivo le parole di Giovanni  un po’ teoriche e generali.

       «Sì» lo interruppi, «ma perché mi fa così male passare davanti al negozio di Simona? Io accelero proprio il passo, mi sbrigo ad aprire il portone!».

       «Vedi, il tuo malessere produce un comportamento che ti vorrebbe allontanare, distrarre dalle ferite che si sono prodotte con l’esperienza avuta con Simona. Tutto questo, invece di essere la soluzione dei tuoi problemi, li rafforza. Il desiderio di cambiare, di raggiungere dei risultati che dovrebbero  cancellare la sofferenza, genera una tensione, uno sforzo.

       La mente, nella tensione di questa operazione, coinvolge il tuo organismo in uno stato di ipereccitazione costante e protratta nel tempo che consuma tutte le risorse. Sono risorse che l’organismo normalmente possiede, ma vengono sfruttate in eccesso dallo stato di costante ipereccitazione. Così che la quantità di risorse consumate, supera la quantità di risorse prodotte. Lo sforzo distrae la mente  che non riesce a vedere la paura da cui dobbiamo difenderci.

       Questa fatica invece di indebolire le paure che desideriamo eliminare, le ingigantisce, le esaspera e  ciò lo avverti con un senso di angoscia, di disperazione, di impotenza.
       Di solito si dice: “Io sono forte perché resisto!”, ma ci si sforza tanto e non si raggiunge niente. Una paura è reale quando la minaccia è reale, cioè quando è in gioco la vita… che sò, problemi per assenza di cibo o di una abitazione.
       Tutte le altre paure non hanno motivo di essere, sono “sconosciute”. Queste paure sconosciute si nascondono, non ci fanno capire da cosa siamo minacciati veramente. Se c’è una minaccia, se la paura è di tipo reale, il corpo reagisce dando la condizione di ansia; allo stesso modo se la paura è di tipo “sconosciuta”. Il corpo avverte che c’è una minaccia,  quindi avvisa del condizionamento anche la mente.
       Tutti questi condizionamenti, e le strategie di condizionamento minacciano la nostra esistenza, perché allontanano dalla perfezione.
       Quindi la forza, il coraggio devono consistere in una maggiore consapevolezza, scoprire attraverso gli strumenti che ti darò, quali sono le minacce “sconosciute”. Quella sorta di insoddisfazione e di malessere che tu provi serve per capire cosa c’è che non va, e quindi per muoversi nella direzione giusta. Il malessere, l’ansia, sono una conseguenza.
       Ma comunque anche l’evitare è un fatto, ha un significato per la tua situazione: è un meccanismo protettivo.
       Per arrivare alla verità servono degli strumenti, che già da oggi ti darò.
       Roberto, è necessario conoscere queste cose perché sono i mattoni con cui dobbiamo costruire, gli strumenti con cui tu devi cercare la tua verità, all’interno della quale riscrivere le tue esperienze, dare luce e significato diverso a tutto quello che ti è successo.. e questa è la consapevolezza!
       Il fatto di vedere la tua ex non è il vero problema; per darti un’idea, Simona è come se fosse un’enorme lavagna , su cui sono scritti tutta una serie di problemi, tutta una serie di paure; il problema sono le tue paure che devi attaccare ed estinguere, che devi eliminare da quella lavagna».
       «Ma perché io sto così tanto male, perché non posso semplicemente essere più forte, come gli altri?» domandai.
       «Sei fortunato ... » rispose Giovanni. A queste parole pensai fortunato? ...  ma come, sto così male! ... Quindi replicai:
       «Non riesco a capire ... » ma non finii la frase, Giovanni continuò con enfasi:
       «Sei fortunato, Roberto! Il tuo potenziale, il tuo corpo, tutto il tuo organismo ti bussa alla porta e ti dice “Roberto! Tu subisci un inganno! Sei pieno di trappole, sei ingannato!”.
       Allora, la tua forza interiore ti avvisa dell’inganno. E come te lo dice? L’unico modo valido per dire tutto questo, per avvisarti,  è la sofferenza, ed è la voce che ti fa capire in che direzione ti devi muovere. Quindi la sofferenza non deve essere vista soltanto come una cosa in negativo!».
       L’enfasi di Giovanni salì: «Non è negativa la sofferenza! Ma è un correttivo educativo! Una volta che tu avrai visto, inquadrato la situazione, utilizzerai la sofferenza per vedere le cose così come stanno, e allora è fatta!
       Raggiunto quel punto di crescita, quando tu soffrirai, non sarà più per la tua sofferenza e basta, ma la osserverai in maniera attiva e te ne servirai per andare alla scoperta delle minacce che ti attentano.
       Allo stesso modo di un malessere fisico, come il dolore che produce il mettere la mano sul fuoco, il tuo corpo ti avverte grazie al dolore, e ti protegge.
       Vedi Roberto, noi, ognuno di noi, si costruisce la propria realtà, ognuno ha un proprio modello. E come modello, intendo quello che generalmente viene definito “carattere” di una persona. Quello che pensa ognuno di noi è vero; se io mi confrontassi con te su un tema qualsiasi, potremmo trovarci in disaccordo. E non è detto che quello che pensi tu sia più vero di quello che penso io, e viceversa; semplicemente io e te abbiamo avuto delle esperienze diverse, ma concrete, reali, da cui abbiamo imparato e che ci hanno formato in quelli che siamo oggi.
       Il giusto e lo sbagliato, il bello e il brutto, la reazione ad ogni singolo evento che ci capita nel corso della nostra vita, sono tutti prodotti dal nostro modello, che altro non è che la nostra mente.
       Quando nasciamo, il nostro modello, il nostro “carattere”, è inesistente. Con il passare del tempo, tutte le esperienze che viviamo vanno a scrivere su questo modello, arricchendolo, perfezionandolo, arrivando ad essere così una banca dati sempre a disposizione, che si attiva in modo automatico, producendo, a fronte di un evento x, emozioni o comportamenti.
       Anche i pensieri sono prodotti dalla mente, e anch’essi sono prodotti in modo automatico. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che quando la mente la fa da padrona, noi ci allontaniamo dalla verità delle cose.
       Se nel corso della tua vita ti muovi verso “A”, e vieni penalizzato dagli altri, la tua mente impara, acquisisce l’informazione che “A” non è la direzione giusta; quindi ti muovi verso “B”, il tuo modello dice: “B” è la direzione giusta!”. Ma se poi accade di essere penalizzati dagli altri anche su “B”, allora si sta male, perché non si capisce più qual è la direzione giusta verso cui muoversi. Ma così facendo, Roberto, non si fa altro che rimettersi al giudizio degli altri.
       Occorre invece osservare il vero stato delle cose, e poi, dico poi, confrontarlo con il giudizio degli altri.
       Il fatto di stare male ancora prima di passare davanti al negozio di Simona, è dovuto ai pensieri che vengono attivati dalla tua mente a fronte dell’evento “Simona”.
       I tuoi pensieri vengono solo e soltanto dalla tua mente, dal tuo modello; in quel momento si attivano automaticamente, condizionati dalle tue paure, e tu stai male, e  non sai perché.
       Perché stai male quando passi davanti casa tua?».
       La risposta era ovvia, non ci pensai un attimo:
       «Perché vedo Simona!».
       «Bene» disse Giovanni con calma, «ma perché stai male, è così brutta?».
       Mi scappò un sorriso : «Ma no! » poi riflettei un attimo:
       « ... è perché non mi vuole più bene».
       «Benissimo Roberto!» Giovanni accese il sorriso e continuò con entusiasmo:
       «Adesso perfezioniamoci: ti ricordi che prima ti ho spiegato che il disagio è dovuto ad un conflitto, e che un conflitto avviene sempre tra un desiderio ed una paura?  Vediamo allora di individuare la paura ed il desiderio che entrano in gioco in questo caso. Allora qual è il desiderio?».
       Ci pensai un po’, poi risposi:
       «Il desiderio è di ... essere amato da Simona».
       «Ottimo. E visto che la paura è sempre relata al desiderio, quindi opposta, sai dirmi qual è la paura che entra in gioco?».
       Mi sentii un bambino delle elementari interrogato dalla maestra, tanto erano ovvie le risposte, ma la faccenda diventava interessante, quindi risposi:
       «La paura è quella di non essere amati».
       «Sì ... sì ...» confermò Giovanni anche se il tono non era dei più convinti, e continuò: «Diciamo più esattamente che la paura è quella di essere dimenticati, di essere abbandonati. Quindi il tuo disagio è dovuto ad un conflitto tra il desiderio di essere amato e la paura di essere abbandonato. E i fatti ti dicono che tu stai andando proprio nella direzione della tua paura, perché Simona non è più la tua ragazza».
       Cavolo, è vero! Pensai, mentre continuavo ad ascoltare
       «Ma vedi, Roberto, quello che invece accade è che tu stai male e non sai qual è il processo che ti sta accadendo.
       La sofferenza, guidata da esperienze passate, porta ad evitare il dolore psicologico, che posso eliminare solo se cerco le cose che mi fanno piacere. 
      
Se cerco solo le cose che mi fanno piacere, mi distraggo da quello che sta realmente accadendo. Se mi distraggo da quello che sta realmente accadendo, non comprendo, non sono consapevole e non cresco.
       Se non sono consapevole, non avviene nessun cambiamento, nessuna discriminazione e non ho quindi  possibilità di scelta. La mente continuerà ad essere in conflitto e l’organismo a subire una costante ipereccitazione.
       Roberto, è necessario conoscere queste cose, perché sono i mattoni con i quali riscriveremo le tue esperienze. Daremo luce e significato a tutto quello che ti è successo.
       Ti servono però degli strumenti che ti aiuteranno nella conoscenza dei tuoi comportamenti e nel loro controllo da parte tua. Il primo strumento è quello che io chiamo il Radar Metacognitivo che serve a sorvegliare l’attività della mente».
       «Vedi », continuò Giovanni, «il radar è uno strumento che segnala la presenza di ostacoli, così che possono essere evitati in tempo utile.

       L’idea è proprio questa: dobbiamo muoverci osservando tutti quei segnali che il corpo ci dà: l’accelerazione dei battiti cardiaci, l’espressione del viso, l’irrigidirsi dei muscoli ecc., compreso il pensiero che va visto come uno dei tanti segnali del corpo.

       A tal riguardo si può associare il radar alla coscienza che ci rende consapevoli di quello che ci sta accadendo. Quindi il nostro radar, attraverso l’attività di osservazione consapevole, è meta-conoscitivo poiché va “oltre” un’analisi immediata ed emotiva di ciò che si sta vivendo.

       Ti affido dunque un compito: dovrai annotare su di un blocchetto tutte le volte che stai male, può essere una situazione o anche solo un pensiero. Me lo porterai la prossima volta e da questo inizieremo il nostro progetto meta-conoscitivo.

       Dovrai procedere il questo modo:

1.Evento: descrivi il fatto che causa il tuo malessere

2.Sensazione: dovrai spiegare la sensazione che provi in quel momento.

3.Giudizio: Qual é  il giudizio automatico che esprime la tua mente in relazione all’evento.

4.Emozione: descrivi l’emozione che provi.

5.Comportamento: analizza il tuo comportamento». 

Avevo tutto chiaro e la cosa cominciava a coinvolgermi; presi il foglio del “compitino” e ci salutammo.

 

Fine terza puntata  

Il testo pubblicato gratuitamente finisce qui; per ricevere il libro completo scrivete a  Roberto Viscione.
Riceverete un mail con tutte le informazioni su come poterlo ricevere.


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