CATENE in AMORE
Spezzale per essere libero di amare

 

 Di

Roberto Viscione
Giovanni Vella

 

 Deposito e Registrazione del 08/06/1999

 Già “Amore Redento”

 

 

2a Puntata
 

Eravamo a casa mia, distesi vicini sul divano. Lei mi disse all’improvviso e con allegria:
       «Ho fame, perché non andiamo a mangiare qualcosa?».
       Ero rimasto deluso da questo comportamento  di Simona che  interpretavo come un suo volere fuggire ancora una volta da un’eventuale possibilità di entrare in intimità. E fu così che mi diedi un ultimatum; non volevo continuare questo supplizio. Sarebbe stata questa la mia ultima occasione. Quindi risposi :
       «Come vuoi, proprio qui sotto c’è una pizzeria». E andammo. 
       E rimasi piacevolmente sconvolto dalla sua richiesta di risalire per mangiare con comodo in camera.
Poi avvenne quello che avevo desiderato intensamente da molto tempo.
       Ci baciammo e le feci capire quanto mi piaceva.
       Ancora non sapevo che questo sarebbe stato l’inizio del periodo più felice della mia vita, ma anche causa di grandi sofferenze.
       Simona era ora la mia donna;  piena di attenzioni e di dolcezza, mi  sentivo amato come non mai. Ma la paura che tutto finisse, che fossi lasciato da lei, aveva spesso attraversato i miei pensieri come una malattia da cui non puoi mai guarire.
       «Ma questo non potrà succedere», mi ripetevo per  rassicurarmi, «non abbiamo mai litigato ».
       Passarono i mesi, al caldo dell’estate si sostituì il fresco dell’autunno e il freddo dell’inverno che, inaspettatamente,  raffreddò  anche i nostri rapporti.
       Simona si faceva sempre più bella. Da un pò di tempo  usciva tutti i venerdì sera con una sua amica; capitava che tornasse con biglietti da visita di agenzie per modelle e mi parlava  delle sue aspirazioni ad entrare nel mondo della moda. Ora usciva spesso da sola, quando ritornava mi raccontava di chi aveva incontrato e delle proposte  avute per iniziare a lavorare  come modella.  Io non ero tranquillo e presagivo la fine del nostro rapporto.
       Manifestavo la mia sofferenza con litigi e scenate di gelosia; quando era assente mi facevo mille domande su come lei trascorreva il suo tempo e con chi.
       Qualche volta riuscivo ad emergere dall’abisso dei miei pensieri e tornare a trascorrere serenamente le serate con i miei amici. Ma Simona era per me un’idea fissa da cui non riuscivo a liberarmi.
       Cominciò a partecipare con successo a sfilate di moda, alle quali anch’io avevo preso parte come spettatore; ero geloso della sua bellezza che ormai apparteneva agli sguardi  di tutti.
       Avevo perso Simona;  me ne convincevo ogni giorno e ne ebbi la conferma quando la vidi interessarsi in un modo molto speciale a Maurizio: era uno degli organizzatori delle sfilate di moda, sapeva gestire sapientemente ogni rapporto professionale e personale ed era riuscito, per queste sue qualità ad entrare nelle grazie di Simona e della sua famiglia.
       Mi sentivo letteralmente spiazzato! Nonostante ciò non volevo darmi per vinto e, sempre più preso dalla gelosia,  i miei incontri con lei divenivano causa di litigi ed accuse reciproche.
       La cosa andò avanti fino al giorno in cui Simona ne ebbe abbastanza di me.
       Erano trascorsi due anni da quando ci eravamo conosciuti; ora ci  trovavamo a parlare in macchina per tutta la notte della mia gelosia.
       Ero diventato insopportabile, diceva lei. Volle una settimana di tempo per riflettere sul nostro rapporto. Ma io non ero in grado di  sopportare tutto questo.
       Quando la riaccompagnai a casa, presi la decisione di rompere subito il nostro rapporto e  le dissi, scoppiando a piangere:«È finita!».
       Ma in contraddizione a quello che stavo dicendo, un pensiero mi tormentava: quello di perderla. Lei non parlò, ma cominciò ad abbracciarmi ed a piangere.
       «Perché piangi?» le chiesi singhiozzando .
       «Perché mi dispiace», mi rispose tra le lacrime.
       Il mio cuore cedette. Non troverò più una ragazza come Simona, mai più.

 

*    *    *

 

  

       La mia pazienza era davvero al limite: ero di ritorno a casa, bloccato in un ingorgo stradale da più di un’ora.

       Cambiai la stazione della radio perché quella noia che stavo ascoltando era diventata davvero insopportabile.

       L’altra stazione su cui mi sintonizzai trasmetteva una canzone che mi fece accelerare il battito cardiaco: era la canzone del momento, che accompagnava Simona sulla passerella alle sfilate di moda ... Sinto-nizzai immediatamente la radio di nuovo sulla stazione noiosa … forse era meglio.

       Parcheggiai e mi incamminai verso casa; le gambe cominciarono ad essere incerte, l’ansia  salì lentamente ma irrefrenabilmente quanto più mi  avvicinavo al  mio portone. Simona lavorava lì accanto. Prima o poi mi ci abituerò, mi ripetei con poca convinzione.

       Ci eravamo lasciati da solo una settimana, ma ebbi l’impressione che ormai l’emozione spadroneggiasse dentro di me in modo autonomo, e che giorno dopo giorno fosse sempre più facile per lei prendere il sopravvento. Due giorni prima avevo visto Simona sul giornale fotografata per essersi qualificata al concorso di Miss Italia; pensai a quante migliaia di persone avessero apprezzato quel sorriso che fino a poco tempo prima era scattato solo per pochi intimi, solo per me …
       A dieci metri da casa e dal negozio di Simona, svoltai a sinistra e attraversai la strada per entrare nel negozio di Sandrino, che lavorava esattamente di fronte a lei.
       Cominciai a parlare con lui del più e del meno, sbirciando ogni tanto attraverso la vetrina verso il  lato opposto della strada per vedere cosa accadesse da Simona.
       Notai che nel negozio c’era Maurizio.
       Continuai a dialogare con Sandrino, ma la mia mente cominciò ad occuparsi più di quello che accadeva nel negozio difronte  che di quello che stessi dicendo.
       Ad un tratto vidi Simona e Maurizio parlare molto vicini, poi lei gli mise le braccia intorno al collo, e si abbracciarono.
       I miei occhi aumentarono di due diottrie per vedere se si stessero anche baciando. No ... Si stanno solo abbracciando, mi rassicurai, solo abbracciando ... Mi girai per mettermi verso Sandrino ma con le spalle rivolte a Simona, non sopportavo di vedere oltre. Nella mia testa era rimasto l’eco dell’ultimo pensiero, che non si decideva a spegnersi … solo abbracciando ... 
       Appoggiai i gomiti sul bancone, guardando Sandrino, e solo allora notai che non parlava più; alternò lo sguardo una volta al negozio di Simona, una volta ai miei occhi, così per diverse volte senza mai spostare la testa … solo abbracciando … 
      
Capii che aveva intuito; i miei occhi, pieni di lacrime che non si decidevano a traboccare, erano più che eloquenti, ma non ebbi neanche l’orgoglio di una reazione. Rimasi così qualche secondo ... solo ab-bracciando ... forse un minuto ... solo abbracciando ...
       «Andiamo a fare un giro» mi ordinò Sandrino con tono deciso, prendendo le chiavi del suo motorino e apprestandosi ad uscire.
       «Eh no, guarda sono stanco ...» non finii la frase. Sandro

si bloccò sulla soglia del negozio. Girò la testa lanciandomi un’occhiata minacciosa che non dava adito a discussioni, ed io non ne feci.

      Arrivammo al parco vicino casa e ci sedemmo su una panchina; era un ottimo posto per parlare.

      «Allora, che c’è ?» mi chiese mettendosi comodo.

      Risposi solo dopo qualche secondo; gli dissi quello che avevo visto.

      «Ma non vi siete lasciati ?» mi domandò con tutta serenità.

      «Si, ma dopo una settimana già abbraccia un altro?».
       «E dov’è il problema?».
       Mi salì l’ansia. Cominciai a sfogarmi, a raccontargli tutti gli episodi degli ultimi giorni della storia con Simona. Cercavo la comprensione della mia “ragione”, un’accettazione del fatto che fossi dalla parte del giusto.
       Ma qualsiasi evento raccontassi, Sandrino mi spiegava il suo punto di vista, semplice, pulito e non controbattibile. Mi sentii ancora più a disagio. Capivo che aveva ragione, che era vero che sulle cose “ci costruivo sopra”, ma non mi sentivo appagato. Non riuscivo ad accettare quella che sapevo essere una verità. E mi odiavo per questo.
       Mi capitò spesso di bloccarmi mentre raccontavo, il nodo alla gola che avevo ormai da due ore ogni tanto saliva a fare da tappo alle corde vocali. Ad un certo punto, dopo un’ulteriore analisi dei fatti sentenziata con cruda verità da  Sandrino, smisi di parlare. Lui aspettò. 
       Cercai di ricapitolare, di riordinare le idee, di rimettere in ordine il casino che avevo in testa. Stavo fissando il prato davanti a me. Mi girai verso Sandrino.
       «Mi sento stanco ... » gli dissi con rassegnazione, e aggiunsi «Ma perché tutte le ragazze di cui non me ne importava niente mi venivano dietro, facevano pazzie per stare con me, e le uniche tre di cui mi sono innamorato, a cui tenevo quasi come la mia vita, mi hanno tutte lasciato?».
       Sandrino non rispose, mi guardò e rimase in attesa come se intuisse che avessi altre domande. Non lo lasciai attendere invano:
       «Ma che senso ha la mia vita? Ma perché gira che ti rigira mi trovo sempre solo, ma che male ho fatto? Perché non ho la fortuna di avere un padre e una madre come tutti gli altri, o per lo meno come ce l’hanno mio fratello o mia sorella?». Mi asciugai le lacrime, mi sentivo esausto.
       «Sandro ... », attesi un istante prima di continuare «sono stanco …  stanco di vivere ... ».
       «Senti, per una donna non è mai morto nessuno», alzò la mano come se avessi detto la più grande stupidaggine del secolo «ce ne stanno tante!»
       «Sì, ma non è quello ...» lo interruppi «è che sono stanco di ricominciare d’accapo, di stare solo ... Che vivo a fare? Per svegliarmi la mattina, andare a lavorare, tornare a casa la sera e passare dodici ore prima di parlare di nuovo con qualcuno il mattino seguente?».
       «Senti» mi disse mettendomi una mano sulla spalla, «hai mai pensato di andare da uno psicologo?».
       Mi girai di nuovo, lo guardai negli occhi. Lui continuò:
       «Tu sei un ragazzo in gamba, sei forte sul lavoro, non hai difficoltà a conoscere ragazze,  hai un sacco di qualità, ma hai un punto debole, hai una ferita nel cuore che è sempre aperta, e come qualcuna te la sfiora, tu soffri. Forse uno psicologo ti può aiutare a richiudere questa ferita. Io ne conosco uno, è in gamba, te lo dico per esperienza personale, è una persona alla mano, poco formale. Ci hai mai pensato?».
       Sì che c’ho pensato!, risposi fra me e me.

       La mia memoria tornò indietro di dieci anni, quando Gianluca, un mio caro amico di scuola, mi confessò che stava andando in seduta da uno psicologo. Venne a trovarmi, perché non sapeva più cosa fare.

       Mi raccontò che era perplesso perché non riusciva ad averne benefici. Aveva già fatto una decina di sedute, ma in tono molto deluso mi raccontò come si svolgevano: lui entrava, si sdraiava sul lettino, il dottore gli diceva di cominciare, e lui iniziava a parlare a briglia sciolta per un’ora. Il dottore stava sempre seduto dietro l’elegante  scrivania, a testa bassa, ogni tanto scriveva qualcosa. Gianluca mi confessò il dubbio che magari  quello scrivesse la lista della spesa per il frigo. Poi ad un certo punto lo interrompeva per annunciargli che l’ora era scaduta e per fissargli un nuovo appuntamento. Forse è per questo, mi dissi, forse è perché ho paura che non serva a niente ...
       «Allora, che mi dici?» mi domando di nuovo Sandro, poi senza attendere una mia risposta continuò: «Provaci, no? Male che ti va sprechi due ore. Facciamo così. Ti lascio il numero, ci pensi, così se poi decidi di provare sai già come rintracciarlo». Tornammo al negozio.

       Lanciai un’occhiata a quello di Simona, che ormai era chiuso.

       Salutai Sandrino, e salii a casa un po’ più sereno. Mi buttai sul letto e tirai fuori dalla tasca il bigliettino che mi aveva lasciato Sandro. 

       Chiamalo anche tardi, non si fa problemi d’orario, mi aveva detto. Guardai l’orologio: erano le 22.00. Composi il numero.

 

 Fine seconda puntata

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