CATENE in AMORE
Spezzale per essere libero di amare

 

 Di

Roberto Viscione
Giovanni Vella

 

 Deposito e Registrazione del 08/06/1999

 Già “Amore Redento”

 

 

1a Puntata

  

 

       Salii le scale. Come al solito l’ascensore era rotto.
      
Il pensiero di smettere di fumare mi sfiorò solo per un momento, anzi sperai  che mi passasse subito il fiatone, altrimenti non  avrei assaporato la sigaretta con gusto.
       Ero davanti la porta di casa; mi fermai un secondo per inserire la chiave nella toppa: la mia mente era vuota, su di giri per il fiatone dopo sei piani di scale,  ma qualcosa mi diceva che dovevo sbrigarmi: Paolo mi starà sicuramente già aspettando, pensai.
       Entrai. Nessuna lettera infilata sotto la porta, lanciai uno sguardo veloce sulle chiamate della segreteria, anche se comunque ero certo che non avrei trovato nessun messaggio: il display segnava  zero chiamate.
      
Anche oggi non ha chiamato
, pensai. Mi salì  un nodo in gola. Me lo aspettavo, ma vedere che ormai non ero più nei suoi pensieri riaccendeva il dolore ogni volta che vedevo quello zero, e ogni sera  come la sera prima; volevo tanto già averci preso l’abitudine, ma il male non si era attenuato rispetto la volta prima, e quella prima ancora.
       Mi sedetti  sul divano che avevamo comprato insieme, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia per aiutare le mani a tenere il peso della testa. Mi sentivo stanco. Mi guardai intorno cercando di trovare almeno una cosa che avessi comprato da solo, ma non c’era niente.    
      
Ogni cosa della stanza era un ricordo di un momento felice passato con Serena. Erano tre mesi che ormai non la sentivo più, e mi doman-davo come fosse possibile, come faceva a vivere senza di me, come faceva a non sentire la mia mancanza.
       L’avevo aiutata tanto, ero intervenuto molte volte nella sua vita con la mia esperienza aiutandola a studiare per prendere un diploma, le avevo trovato persino un lavoro e mi ero dedicato a lei con tutto me stesso. Era così dolce ed ingenua. Già, ingenua …
       La mia mente tornò al momento in cui tre mesi prima l’avevo trovata abbracciata ad un altro, con quello sguardo che fino a quel giorno avevo visto solo per me ... Ma come aveva potuto? … E la sera dopo, quando mi aveva lanciato tutte quelle accuse ... ma perché non me lo aveva mai detto prima? Perché non mi aveva detto che non ero abbastanza romantico, che le avevo fatto mancare tutte quelle cose? ...
       Forse si poteva salvare qualcosa, se solo me lo avesse detto in tempo.
       E quel tentativo stupido, dopo una settimana, con una cena a lume di candela, con la cassetta di canzoni dolci, che stupido, mi rimpro-verai, avevo esagerato, avrei dovuto immaginarlo che si sarebbe accorta che quelli erano tutti tentativi disperati per non perderla ... Ma non era vero, non era vero! ... Come faceva a non vederlo?  Mi manchi tanto, Serena, mi manchi da morire ...
       Il fastidio delle lacrime scivolate fino al polso mi fece riprendere dal torpore dei miei pensieri, stavo piangendo un’altra volta!
       Il mio corpo mi richiamò con un sospiro lungo e angosciato; ero un gradino più lucido dopo lo sfogo.
       Mi dovevo cambiare. Gli amici di Paolo erano tutti più piccoli di me, e con quella giacca  e cravatta che indossavo per lavoro sembravo ancora più fuori luogo.
       Neanche la doccia appena fatta mi aiuta ad avere un’aria riposa-ta, dissi guardandomi allo specchio.
       Ero molto dimagrito; ma guardandomi i muscoli notavo con soddisfazione che solo il sedere aveva sofferto della perdita dei chili, in compenso gli addominali erano da urlo. Certo, se potessi andare in giro nudo, pensai, con questo fisico non avrei problemi a trovare una ragazza!… Si, ma quanto sono illuso!…
       Mi infilai i jeans, la magliettina trendy e il giubbotto di pelle. Mi sentivo disorientato, erano quasi due mesi che non vedevo nessuno e quella sera avevo deciso di uscire fuori dai miei pensieri e dalla mia casa.
       Mi guardai nuovamente allo specchio prima di uscire: i capelli erano a posto, anche se la loro lunghezza non mi soddisfaceva così tanto, forse li avrei fatti crescere. Continuai ad osservarmi.  Certo, per essere un trentenne non ero poi così male, nonostante la mia espressione triste.  Devo ricordarmi di mettere il collirio, mi piaceva il contrasto del bianco con il nero dei miei occhi.
       Paolo ne aveva tante di amiche, e quella sera saremmo stati in parecchi.
       Squillò  il telefono, il mio cuore accelerò i battiti e ne sentivo i colpi nelle orecchie come se ci fosse stato un collegamento diretto tra il cuore e lo squillare improvviso dell’apparecchio. Stavo  per alzare la cornetta, ma aspettai ancora un pò prima di rispondere. Chi sarà? mi domandai. 
      
“Pronto … ah, sì, sono ancora a casa … sì, sì, mi sbrigo! … Lo so … ok … ok, ciao Paolo … ciao”.
       Riattaccai. Chissà che mi credevo! Speravo fosse Serena. Possibile che dopo 5 anni di rapporto riesca a stare così tanto tempo senza sentirmi?
       Devo uscire dal silenzio di questa casa, e dovrò decidermi a venderla, ormai non  aveva più senso tenerla ... viverci.
       Ormai ero pronto per uscire, ma il mio umore decisamente no. Uscii in terrazzo per fumarmi l’ennesima sigaretta, sapevo che mi avrebbe calmato. Il vantaggio di fare sei piani a piedi era quello di avere a disposizione un panorama  mozzafiato.
       In passato nel buio della notte le luci delle abitazioni lontane mi davano un senso di pace e di serenità, ma non ora.
       Quel senso di bruciore allo stomaco che provavo era costantemente presente da tre mesi, non esistevano ricette per togliermelo. Provavo una strana sensazione: una parte di me viveva normalmente, incanalato nella rigida routine quotidiana, e l’altra mi perseguitava, mi costringeva a dover piangere, a volte anche in modo disperato, come in quel momento.
       Il fatto che gli appartamenti adiacenti e quelli sottostanti  fossero disabitati era una buona scusa per non dover reprimere il dolore ed il pianto.
       Il mio sguardo si posò sulla chiesetta di fronte la mia strada, sulle lucine colorate che percorrevano per tutta la lunghezza il tetto adornato per Natale. Mi accorsi che avevo smesso all’improvviso di piangere. 
      
Ebbi un’intuizione. Tornai in fretta dentro casa, presi le chiavi, uscii e feci di corsa le 12 rampe di scale.
       Arrivai al cancelletto che introduceva al prato intorno la chiesa: era aperto. Entrai, percorsi tutto il vialetto, ma il portone in legno, scuro ed imponente era chiuso.
       Mi guardai intorno, feci qualche passo indietro. Vidi alla destra una porta a vetri illuminata; mi affrettai quando vidi una figura scura che percorreva il corridoio illuminato. Bussai in modo eccessivo, non avevo calcolato che la porta a vetri amplificasse in quel modo i miei colpi. Il prete all’interno si avvicinò, aprì quel tanto che bastava per sporgere solo con la testa.
       «Buona sera….desidera?» mi domandò con  l’espressione di chi si aspetta come risposta un “mi scusi, mi sono sbagliato”.
       «Volevo entrare in chiesa, è possibile?».
      «Mi dispiace, ma ci sono degli orari per questo …».
       Lo interruppi «Ma si tratta di una cosa veloce.. solo 5 minuti».
       «Non si può, mi dispiace». Il prete era determinato, mi sembrava uno di quei funzionari dell’ufficio postale che non ti fa entrare perché ormai l’ufficio ha chiuso da trenta secondi.
       «Ma scusi», replicai «ma lei non è un prete? Non capisce quando una persona ha veramente bisogno?».
       Aspettò un secondo prima di rispondere; i suoi occhi piccoli e neri erano freddi come quelli di chi nella vita ha già dato tutto.
       «Io posso anche capire, ma per entrare in chiesa deve ripassare domani. Buonanotte».
       Chiuse la porta, si girò e si allontanò con passo deciso.
       Io rimasi lì qualche istante. Non ci posso credere! pensai, mentre con la testa bassa ripercorrevo il vialetto,  ma in fondo me lo merito. 
      
Erano anni che non pensavo ad entrare in una chiesa, ma mi sentivo giustificato per la  repulsione che avevo verso la religione.
       Ripensai a quel giorno. Avevo diciassette anni, e quella domenica pomeriggio stavo chiedendo a mio padre il permesso di uscire con la mia ragazza:
       «Sei stato a Messa stamattina?», mi domandò, anche se conosceva benissimo la risposta.
       «Ma papà, non ci sono potuto andare, ho aiutato mamma in cucina».
       «Cosa ti ho detto?» mi interruppe con severità. «Se la domenica mattina non vai a Messa, ci vai il pomeriggio!».
       «Ma papà, ma non ti rendi conto che se tu mi costringi ad andarci, io non vivo la cosa come dovrei? Non ti rendi conto che potrei andarci con il giornale  e che sarebbe inutile, che non mi servirebbe a niente?».
       «Il tono di mio padre divenne severo «Tu ci vai, e ci vai solo perché te lo dico io, poi quello che tu fai là dentro sono affari tuoi ».
        Quel pomeriggio uscii con la mia ragazza, ma dalla domenica successiva, e per due anni, fino a che non me ne andai di casa, a vent’anni, andai sempre in chiesa, naturalmente con il mio walkman!
       E adesso cosa mi aspettavo? Mica “Lassù” stanno a disposizione mia!  Scrollai la testa, dovevo sbrigarmi. Paolo era un amico, ma anche gli amici  si arrabbiano per un ritardo di più di mezzora.

  

  ***

 

  

       Erano passati due mesi circa da quella sera, e l’evolversi degli eventi mi aveva aiutato parecchio; la frequentazione di Paolo e dei suoi amici era diventata una consuetudine, ero uscito dal mio mondo di solitudine, e ancor di più perché tramite lui avevo conosciuto Simona.
       La prima volta che la vidi rimasi letteralmente pietrificato dal suo sguardo: due occhi verdi con il taglio felino. Più che due occhi erano due laghi, incastonati in un viso ovale, con le labbra disegnate. Sembrava che avessero la matita “permanente” ed erano state fatte per sorridere. I capelli castani, molto lunghi, le scendevano a pioggia, e completavano l’opera. Mi era impossibile restare indifferente quando lei capitava nel mio campo visivo.
       Dopo qualche incontro ero riuscito, con mia grande felicità, a vedermi da solo con lei. Con l’andare dei giorni i nostri incontri erano stati sempre più frequenti, ma nonostante ciò le mie speranze di avere “l’esclusiva” nei suoi pensieri si stavano affievolendo. Non mi era mai capitato che una ragazza mi resistesse tanto a lungo, in media cedevano dopo due uscite, perché, oltre al mio aspetto, a detta degli altri “niente male”, avevo parecchie carte nel mio mazzo da poter giocare.  
      
Ma con lei niente, non c’era verso, nonostante le numerose occasioni di forte intimità in cui ci trovammo, non  riuscii a strapparle neanche un bacio.
       Per fare breccia nel suo cuore mi pavoneggiai, le raccontai dei riconoscimenti a livello internazionale che avevo ricevuto dall’azienda per cui lavoravo, spesi ore a mostrarle mie foto,  senza mai perdere occasione per raccontarle di tutti gli sport che avevo fatto, e che secondo me contribuivano a mettere in evidenza la mia prestanza fisica.
       In ultimo le dissi anche quella parte della mia storia personale che consideravo più toccante, a conoscenza solo di poche persone, relativa alla mia infanzia.
       Da piccolo avevo solo due anni quando venni affidato a mia nonna, che viveva allora in un paesino in provincia di Perugia, Deruta.
       Fu in età adulta che, grazie ai racconti dei miei parenti che vivevano lì in quel periodo, ricostruii pezzo dopo pezzo l’intricato puzzle della mia infanzia.
       Le dissi che ero stato affidato a mia nonna all’età di due anni e mezzo e fu in occasione di quell’evento che smisi di parlare. Avevo quattro anni quando ricominciai a dire le prime parole. Avvenne per un impeto di gelosia verso mia nonna: urlando dissi, abbracciandomi a lei:        «È mia!».
       Non riuscivo a mangiare e nonostante gli sforzi dei miei parenti, masticavo ma non mandavo giù quasi niente.
       A sette anni ritornai in famiglia per intervento di un mio zio e non per desiderio dei miei genitori. Mi ritrovai con  un fratello di tre anni più piccolo di me e una sorella ancora più piccola.
       Ma questi racconti, che avrebbero colpito qualsiasi persona, sem-bravano non interessare Simona, che mi faceva capire di volerne rimanere al di fuori.
       Ero ormai al lumicino delle speranze: Simona non sarebbe mai diventata la mia ragazza.

 

Fine prima puntata  

 
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